• ARCHIVIO ROGGERO: Memoria di Arenzano - di Carlo Roggero (1902-1990)

Il grande nubifragio del 1873

e la grande frana della Liggia

in val Cantarena

 

Quando il Cantarena diventò un lago

Prima di raccontare la grande frana della Liggia, bisogna tornare per un momento a un luogo che oggi non esiste più nella forma che ebbe un tempo: lo Scoglio del Tuono, o, nel nome dialettale tramandato dagli abitanti, Schêuggiu du Trun.

Si trovava sulla destra del torrente Cantarena, fra la Câ da Giuan-a e la Câ de l'Arca. Secondo le testimonianze raccolte molti anni dopo, nel 1873 era ancora un grande roccione, largo circa trenta metri e alto una quarantina, tanto imponente e caratteristico da essere chiamato anche “Castello”.

Gli anziani della zona lo consideravano una sorta di “scoglio calamita”, insieme alla zona della Liggia. Nella loro memoria esisteva una precisa relazione fra il paesaggio della parte alta del Cantarena e i violenti temporali che talvolta vi si formavano.

Quando, raccontavano, sulla sommità della valle, nella zona del Brassetto, delle Rocche del Crò, dello Schêuggiu du Trun, del Pighêuggio e della Liggia comparivano nuvole nere e basse, era meglio stare molto attenti: poteva scatenarsi improvvisamente un temporale violentissimo, con fulmini e pioggia torrenziale. Uno di questi eventi si verificò il 3 settembre 1873.

 

Il nubifragio

Quel giorno, secondo la memoria raccolta nell'Archivio Roggero, su Arenzano si abbatté quasi all'improvviso un nubifragio di eccezionale violenza, concentrato soprattutto nella parte alta della valle della Liggia, fino alla zona della Negrixoêua.

Non era una pioggia normale.

Panorama di Arenzano nel 1931 – Foto C. Roggero

Panorama di Arenzano nel 1931 – Foto C. Roggero

I racconti degli anziani la descrivono come un vero e proprio diluvio: l'acqua cadeva con una tale intensità da non permettere quasi più di vedere. Contemporaneamente, dalle montagne arrivava un rumore continuo di frane e di massi che rotolavano verso valle.

 

Panorama di Arenzano nel 1931 – Foto C. Roggero - Con indicazioni utili ad individuare la frana della Liggia

A – Frana della Liggia del 1873
B – Porta della Batteria
C – Pilone per il “collaudo dei telemetri” costruito dalla San Giorgio di Sestri Ponente nel 1930
D – Passo Gavetta
E – Bricco Gavetta
F – Rocche dell'Erxio

 


Panorama di Arenzano nel 1931 – Foto C. Roggero - Con indicazioni utili ad individuare la frana della Liggia

 

I fulmini e i tuoni si susseguivano senza tregua, secchi e assordanti, tanto che gli abitanti delle case della zona ebbero la sensazione che la montagna stessa si stesse spaccando.

Il fragore era tale da sembrare quello di un terremoto.

La gente, terrorizzata, si rifugiò nelle stanze più buie delle case, pregando e piangendo e stringendosi l'uno all'altro. Anche quando il temporale cessò, per qualche tempo nessuno osava aprire le finestre o uscire all'aperto.

Ma ciò che era accaduto fuori dalle case era ancora più impressionante.

 

La grande frana della Liggia

La grande frana della LiggiaIl nubifragio aveva provocato una grossa frana nella Liggia.

La massa di terreno e roccia precipitata verso valle distrusse la casa, la stalla e il podere di un contadino conosciuto come Menegò, che viveva solo. Riuscì a salvarsi per miracolo, ma lo spavento fu tale che, dopo alcuni giorni, decise di imbarcarsi e partire per l'America. Secondo il racconto tramandato, di lui non si ebbero più notizie.

La superficie interessata dalla frana viene indicata nei dattiloscritti in circa 250.000 metri quadrati, compresa fra il rivo del Megu, il rivo della Liggia e il rivo del Crò.

Ma la frana non si fermò alla montagna.

Una quantità enorme di sabbia, terra e materiale minuto fu trascinata nel torrente Cantarena. Nella parte bassa e pianeggiante il greto del torrente si innalzò sensibilmente: per un tratto di circa 460 metri, fra il ponte della Provinciale e la via Romana della Scainèa, il fondo si sarebbe alzato di circa tre metri.

E fu allora che si verificò uno degli episodi più straordinari di tutta questa vicenda.

 

Il Cantarena diventò un lago

Il materiale trasportato dalla frana raggiunse il Cantarena insieme a tronchi d'albero, rami e ramaglie.

Il ponte di Sant'Antonio, che aveva una luce libera di circa quattro metri e mezzo, cominciò progressivamente a intasarsi. I tronchi e le ramaglie si incastrarono nella struttura fino a formare una vera e propria diga naturale.

L'acqua iniziò così a salire. Nel giro di poco tempo si formò un enorme specchio d'acqua che occupò tutta la piana della Lallìa e una parte del Cantarena, per una superficie stimata in circa 25.000 metri quadrati.

La Lallìa, allora coltivata a orti, venne sommersa e ricoperta di sabbia.

 

Disegno di C. Roggero zona dove sorgeva il ponte di S. Antonio

Disegno di C. Roggero
zona dove sorgeva il ponte di S. Antonio

 

Gli anziani che avevano conosciuto quell'episodio lo ricordavano come qualcosa di incredibile, quasi irreale: un grande lago comparso improvvisamente nel cuore della valle, una scena che veniva descritta come “una meraviglia”, “un sogno”, “una cosa mai vista”.

L'acqua ormai tracimava dai muri di via Olivete e dalle aperture del caratteristico muro ad archi presso il ponte di Sant'Antonio. Dalla parte opposta raggiungeva anche il muro detto “il Molo”.

Era una situazione drammatica.

Poi la diga cedette.

 

La massa d'acqua travolge i ponti

La barriera formata da tronchi, ramaglie e materiale di frana si ruppe improvvisamente.

Una enorme massa d'acqua si riversò verso valle con una violenza impressionante, andando a colpire la spalla sinistra del ponte della Ferrovia Litoranea.

La forza dell'acqua provocò il crollo della campata di levante.

Ma il vicino ponte della Provinciale ebbe una sorte ancora peggiore: venne completamente spazzato via.

Erano entrambi ponti relativamente recenti, costruiti appena otto anni prima, nel 1865.

Eppure, in mezzo a quella devastazione, accadde qualcosa che colpì profondamente la memoria degli abitanti.

 

L'antico ponte di Sant'Antonio resiste

Arenzano castello Figoli e ponte S. Antonio anno 1854 da un disegno di propr. Conte E. Figoli (Riproduzione C. Roggero 1930)

Il vecchio ponticello ad archi di Sant'Antonio, antico di secoli e caratterizzato da una sola arcata, rimase in piedi.

La massa d'acqua che aveva distrutto due ponti costruiti soltanto pochi anni prima non riuscì a trascinarlo via.

Nei racconti raccolti nell'Archivio Roggero questo contrasto emerge con particolare forza: il vecchio ponte aveva resistito, mentre le strutture moderne erano state travolte.

 

Arenzano castello Figoli e ponte S. Antonio anno 1854 da un disegno di propr. Conte E. Figoli (Riproduzione C. Roggero 1930)

 

 

Dopo il disastro, tuttavia, l'antico muro ad archi fu ritenuto responsabile dell'accaduto in quanto aveva contribuito a trattenere tronchi e ramaglie. Sotto la pressione delle autorità, il Comune ne dispose la demolizione.

Così, paradossalmente, uno degli elementi più antichi e caratteristici del passaggio sul Cantarena scomparve proprio dopo essere sopravvissuto alla piena.

Le immagini conservate nell'Archivio Roggero permettono oggi di ricostruire almeno in parte l'aspetto di quel luogo e di confrontarlo con ciò che rimane della valle.

 

Lo Scoglio del Tuono – Schêuggiu du Trun

Schêuggiu du Trun – 1873
Ricostruzione grafica di C. Roggero
Anche lo Scoglio del Tuono appartiene ormai a quel paesaggio perduto.

Secondo la testimonianza di Luigi Robello, nato nel 1877, i racconti ricevuti dal padre e dal nonno parlavano di una punta molto alta del roccione, chiamata “Torre del Castello”, che sarebbe crollata durante un violento temporale nel 1850, quindi diversi anni prima rispetto all’episodio narrato in questo articolo.

Nel 1873, tuttavia, lo Scoglio del Tuono era ancora un'imponente presenza nella valle.

Altre scariche di fulmini contribuirono poi a frantumarlo ulteriormente. I grandi blocchi di roccia rimasti furono ricordati per lungo tempo dagli abitanti e alcuni di essi erano ancora visibili nel Cantarena, nei pressi della passerella fra la Câ de l'Arca e la Câ da Giuan-a.

Schêuggiu du Trun – 1873 - Ricostruzione grafica di C. Roggero

Oggi quello scoglio non esiste più nella sua forma originaria. Rimangono però le tracce della sua presenza e, soprattutto, i racconti di chi lo aveva conosciuto, raccolti e scritti da Carlo Roggero negli anni ‘70 del ‘900.

 

Una memoria da non perdere

Schêuggiu du Trun – anni ’70 del 900
Foto di C. Roggero

La grande frana della Liggia e il nubifragio del 3 settembre 1873 non furono dunque soltanto un episodio di maltempo.

In poche ore la montagna cambiò aspetto, una grande quantità di materiale raggiunse il Cantarena, la Lallìa venne sommersa, il torrente si trasformò temporaneamente in un lago e due ponti costruiti appena otto anni prima furono distrutti.

Schêuggiu du Trun – anni ’70 del 900 Foto di C. Roggero

Anche il paesaggio che gli abitanti conoscevano cambiò per sempre.

E nei racconti tramandati dagli anziani rimase la consapevolezza che quella parte della valle, quando le nuvole nere e basse cominciavano a raccogliersi sulle alture, poteva trasformarsi rapidamente in un luogo pericoloso.

È una memoria che merita di essere conservata, non soltanto per ciò che racconta del nubifragio del 1873, ma perché ci restituisce un'immagine della Val Cantarena prima delle trasformazioni del Novecento, quando la montagna, il torrente, i ponti, le case e gli antichi percorsi erano ancora strettamente legati fra loro.

E il racconto non finisce qui.

Perché molti anni dopo, in un'altra parte della stessa valle, il Pighêuggio sarebbe tornato protagonista di un'altra storia da raccontare. Laura Roggero

 

 

Laura Roggero

 

 

Bibliografia: “La storia siamo noi – di Giuseppe Roggero e Lorenzo Giacchero”

“Dies Irae – di Giuseppe Roggero e Lorenzo Giacchero”